La revocatoria non consente il recupero del bene ma solo di reintegrare la garanzia sul suo valore

GIURISPRUDENZA

La revocatoria fallimentare non consente il recupero del bene ma solo di reintegrare la garanzia sul suo valore. L’intangibilità dell’asse comporta, pertanto, che i creditori dell’alienante restano tutelati solo in base alle regole ordinarie del concorso

Le sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 12476/20 del 24 giugno ha chiarito i limiti e la portata dell’azione revocatoria -ordinaria e fallimentare - presentata nei confronti di una curatela fallimentare.

Secondo i Supremi Giudici, l'oggetto della domanda dl revocatoria (ordinaria o fallimentare) non è il bene in sé, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori mediante l'assoggettabilità del bene a esecuzione; il bene dismesso con l'atto revocando viene in considerazione, rispetto all'interesse dei creditori dell'alienante, soltanto per il suo valore; ove l'azione costitutiva non sia stata dai creditori dell'alienante introdotta prima del fallimento dell'acquirente del bene che ne costituisce oggetto, essa - stante l'intangibilità dell'asse fallimentare in base a titoli formati dopo il fallimento (cd cristallizzazione) - non può essere esperita con la finalità di recuperare il bene alienato alla propria esclusiva garanzia patrimoniale, poiché giustappunto si tratta di un'azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente; in questo caso i creditori dell'alienante (e per essi il curatore fallimentare ove l'alienante sia fallito) restano tutelati nella garanzia patrimoniale generica dalle regole del concorso, nel senso che possono insinuarsi al passivo del fallimento dell'acquirente per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione astrattamente revocabile, demandando al giudice delegato di quel fallimento anche la delibazione della pregiudiziale costitutiva.

Avv. Francesco Cotrufo, avvocato e commercialista del foro di Bari

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