Fatture per lavori mai eseguiti, asseverazioni compiacenti, un credito d’imposta che compare nel cassetto fiscale e viene subito girato a una banca o a una società. Sul Superbonus 110% questo schema si è visto molte volte. Restava però aperta una domanda che divideva la Corte di Cassazione: che reato è, e da quando si può dire commesso?
Con la sentenza n. 36525/2026 (udienza del 26 febbraio, depositata il 16 ottobre 2026) le Sezioni Unite penali hanno chiuso il contrasto. La risposta interessa chi ha usato il bonus, le imprese che hanno praticato lo sconto in fattura, i tecnici che hanno firmato le asseverazioni e chi ha acquistato i crediti.
Il caso: quasi un milione di crediti e un sequestro annullato
Tutto parte da Palermo. Un imprenditore individuale era indagato per aver creato e ceduto crediti fittizi per 965.250 euro, attestando falsamente il completamento di lavori agevolati con il Superbonus. Il giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro preventivo di quella somma, anche “per equivalente”, cioè su qualsiasi bene dell’indagato fino a pari valore.
Il Tribunale del riesame però aveva annullato il sequestro. Il ragionamento era questo: finché nessuno usa il credito in compensazione o lo incassa, lo Stato non ha perso un euro. La truffa sarebbe quindi soltanto tentata. E per il tentativo la legge non consente la confisca per equivalente. La Procura ha fatto ricorso e la questione è arrivata alle Sezioni Unite.
Le due domande che dividevano la Cassazione
La prima riguardava la qualificazione del fatto. Due norme del codice penale sono in gioco:
l’articolo 316-ter, che in parole semplici punisce chi ottiene contributi pubblici con dichiarazioni false quando l’ente si limita a prendere atto di un’autocertificazione, senza essere davvero ingannato;
gli articoli 640 e 640-bis, cioè la truffa aggravata per ottenere erogazioni pubbliche, che richiede un raggiro capace di indurre in errore l’amministrazione e prevede pene sensibilmente più severe.
La seconda domanda riguardava il momento in cui il reato è consumato. Su questo punto le sezioni semplici avevano dato tre risposte diverse: alla creazione del credito, alla prima cessione oppure solo al momento dell’utilizzo in compensazione.
Perché è truffa e non una semplice indebita percezione
Le Sezioni Unite hanno scelto la strada più severa: creare un credito Superbonus fittizio con fatture false e cederlo (o farsi praticare lo sconto in fattura) è truffa aggravata.
Il motivo sta nel modo in cui funziona il bonus. Per ottenerlo, il committente deve produrre un pacchetto di documenti: l’attestato di prestazione energetica prima e dopo i lavori, il visto di conformità di un professionista abilitato, le asseverazioni dei tecnici sulla congruità delle spese. Poi l’opzione va comunicata all’Agenzia delle Entrate, che può accettarla o scartarla e che già dalla disciplina originaria ha poteri di controllo, poi rafforzati nel 2021.
Cosa significa in pratica? L’Agenzia riconosce il beneficio in tempi rapidi perché si fida di quei documenti, che dovrebbero provenire da professionisti terzi e qualificati. Se le fatture e le asseverazioni sono false, l’amministrazione viene indotta in errore sui presupposti del beneficio. Il fatto che la procedura sia telematica e in gran parte automatica non cambia nulla: l’automazione riguarda il modo in cui i dati vengono trattati, l’inganno resta.
Per la Corte conta anche un secondo aspetto. I documenti falsi servono proprio a superare i filtri del sistema di controllo. E la truffa resta tale anche se quei controlli, in concreto, non sono stati esercitati: conta la condotta di chi inganna, mentre la maggiore o minore diligenza di chi viene ingannato resta irrilevante.
Il momento decisivo: la prima cessione
Sul secondo quesito le Sezioni Unite hanno adottato una soluzione intermedia.
La semplice comparsa del credito nel cassetto fiscale del beneficiario non basta, se il credito è destinato a essere ceduto. Aspettare che qualcuno lo usi in compensazione, però, sarebbe troppo tardi. Il reato è consumato quando la prima cessione si perfeziona: l’opzione viene comunicata all’Agenzia delle Entrate e il fornitore o il cessionario accetta il credito sulla Piattaforma cessione crediti.
Da quel momento il credito entra nel patrimonio di un altro soggetto e diventa spendibile verso il Fisco. Chi ha architettato la frode ha già ottenuto il suo vantaggio, per esempio il prezzo pagato dal cessionario. E lo Stato ha già subito il danno.
Perché il danno è già concreto? La risposta sta nella stessa legge sul Superbonus. L’articolo 121 del decreto-legge n. 34 del 2020 prevede che il recupero delle somme non spettanti avvenga nei confronti del beneficiario. Il cessionario risponde in solido solo se ha partecipato alla violazione con dolo o colpa grave, e il comma 6-bis lo mette al riparo quando è in possesso della documentazione prevista. In altre parole, se chi compra il credito è in buona fede, lo Stato non può semplicemente annullarlo. Il recupero successivo serve a rimediare a un danno che si è già verificato.
Una precisazione utile: quando il contribuente usa direttamente la detrazione, senza cederla, il reato si consuma con la messa a disposizione del credito nel suo cassetto fiscale. In nessun caso occorre attendere la compensazione, la riscossione o le cessioni successive.
Cosa cambia in pratica
La prima conseguenza riguarda i sequestri. Se la truffa è consumata già con la prima cessione, il giudice può disporre il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente fino al valore dei crediti, anche se nessuno li ha ancora utilizzati. Nel caso di Palermo l’ordinanza del riesame è stata annullata e il Tribunale dovrà decidere di nuovo applicando questo principio.
Per chi ha commissionato i lavori, per le imprese che hanno praticato lo sconto e per i professionisti che hanno firmato visti e asseverazioni, il messaggio è netto. Un credito costruito su documenti non veritieri espone a un’accusa di truffa aggravata, con tutte le misure patrimoniali che ne derivano, anche a distanza di anni dall’operazione.
Per chi ha acquistato crediti, invece, la sentenza conferma il peso della buona fede. Conservare la documentazione richiesta dalla legge sui lavori che hanno generato il credito resta la difesa più efficace in caso di contestazioni.
Perché è importante affidarsi a un professionista
Chi riceve un controllo sui crediti edilizi, un avviso di garanzia o un decreto di sequestro si trova spesso davanti a due procedimenti paralleli, quello fiscale e quello penale, che seguono regole e tempi diversi. Una difesa coordinata fin dall’inizio permette di ricostruire con ordine la documentazione dei lavori, di valutare la posizione di ciascun soggetto coinvolto e di contestare un sequestro sproporzionato. Lo stesso vale per chi ha acquistato crediti e teme di vederseli contestare: verificare per tempo la propria posizione evita molte sorprese.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere meramente divulgativo e non costituiscono consulenza professionale. Per una valutazione specifica del proprio caso, è sempre consigliabile rivolgersi a un professionista qualificato.
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