Durante la pandemia, migliaia di professionisti italiani — avvocati, commercialisti, medici, architetti — hanno ottenuto finanziamenti agevolati fino a 25.000 euro, garantiti dallo Stato, per far fronte alla crisi economica provocata dal COVID-19. Ma cosa succede se quelle somme, anziché essere impiegate nell’attività professionale, vengono utilizzate per esigenze personali? Fino a ieri, il rischio era quello di finire sotto processo per malversazione ai danni dello Stato. Oggi, una sentenza della Corte di Cassazione ribalta completamente la prospettiva.
Con la sentenza n. 17022 del 12 maggio 2026, la Sesta Sezione Penale della Suprema Corte ha stabilito un principio destinato a fare giurisprudenza: il professionista che utilizza il finanziamento COVID per finalità personali non commette alcun reato. La ragione è tanto semplice quanto dirompente: quei finanziamenti, per legge, non avevano un vincolo di scopo.
Il caso: un commercialista condannato in primo e secondo grado
La vicenda riguarda un libero professionista — commercialista e revisore legale — che nel 2020 aveva ottenuto un mutuo di 25.000 euro ai sensi dell’art. 13, lett. m), del decreto legge n. 23 del 2020 (il cosiddetto “Decreto Liquidità”), assistito dalla garanzia del Fondo centrale per le piccole e medie imprese. Anziché destinare l’intero importo alla propria attività professionale, il professionista aveva utilizzato parte delle somme per esigenze familiari.
Per questo motivo, era stato condannato sia in primo grado sia dalla Corte d’Appello di Messina per il reato di malversazione ai danni dello Stato, previsto dall’art. 316-bis del codice penale. La norma punisce chi, avendo ottenuto contributi o finanziamenti dallo Stato o da enti pubblici, non li destina alle finalità per cui sono stati erogati.
Cosa ha deciso la Cassazione
La Corte di Cassazione ha completamente ribaltato le sentenze di merito, annullando la condanna senza rinvio con la formula più ampia possibile: “perché il fatto non sussiste”. In sostanza, secondo la Suprema Corte, non c’è stato alcun reato.
Il ragionamento della Corte parte da un’analisi approfondita della normativa emergenziale. Il decreto legge n. 23 del 2020 prevedeva due categorie distinte di beneficiari dei finanziamenti garantiti: da un lato, le piccole e medie imprese, per le quali il finanziamento doveva essere destinato a specifiche finalità aziendali (costi del personale, canoni di locazione, investimenti produttivi); dall’altro, i professionisti, lavoratori autonomi e altri soggetti, che potevano accedere a finanziamenti a breve termine senza alcun vincolo di destinazione.
Il punto fondamentale è questo: l’unico requisito richiesto al professionista per accedere al finanziamento era aver subito danni dalla pandemia. Nessuna norma imponeva di utilizzare quelle somme esclusivamente per l’attività professionale.
Perché non si può parlare di malversazione
La Corte ha affrontato la questione da più angolazioni, tutte convergenti verso la stessa conclusione.
In primo luogo, ha evidenziato che la disciplina emergenziale era strutturata su un unico modello operativo — quello dell’attività di impresa — e che l’estensione della garanzia ai professionisti era il frutto di una scelta contingente del legislatore: quella di ampliare la platea dei beneficiari per assicurare liquidità immediata a chiunque avesse visto crollare i propri redditi a causa della pandemia. La finalità, in altre parole, era quella di garantire liquidità personale, non di finanziare specifici progetti professionali.
In secondo luogo, la Corte ha rilevato che estendere ai professionisti le regole di destinazione previste per le imprese equivarrebbe a un’operazione di analogia in malam partem — cioè un’interpretazione estensiva a sfavore dell’imputato — che il diritto penale italiano vieta tassativamente. Non si possono applicare per analogia norme penali sfavorevoli, ed è esattamente ciò che avevano fatto i giudici di merito nel caso in esame.
In terzo luogo, la Cassazione ha chiarito che i finanziamenti erogati ai professionisti, pur essendo assistiti dalla garanzia pubblica del Fondo per le PMI, non erano connotati da uno scopo legale vincolante. In assenza di un obbligo giuridico di destinazione, manca proprio l’elemento costitutivo del reato di malversazione: la distrazione delle somme da una finalità prestabilita per legge.
Un principio che riguarda tutti i professionisti
Questa sentenza ha un impatto potenzialmente enorme. Durante l’emergenza COVID, centinaia di migliaia di professionisti in tutta Italia hanno ottenuto finanziamenti garantiti dallo Stato fino a 25.000 euro. Molti li hanno utilizzati — del tutto legittimamente, come ora confermato dalla Cassazione — per far fronte non solo alle spese professionali, ma anche a quelle personali e familiari: l’affitto di casa, le bollette, le spese per i figli, le esigenze quotidiane in un momento di drammatica incertezza.
Il principio affermato dalla Corte è chiaro: se la legge non prevede un vincolo di destinazione, non si può inventarlo in sede penale. Chi ha utilizzato il finanziamento COVID per scopi personali — purché leciti — non ha commesso alcun reato. E se qualcuno è già stato condannato per questo, la sentenza della Cassazione apre la strada a una revisione della propria posizione.
Cosa fare se si è coinvolti in procedimenti simili
Se un professionista ha ricevuto un avviso di garanzia, un decreto di citazione a giudizio o è già stato condannato per malversazione legata all’utilizzo di finanziamenti COVID, questa sentenza rappresenta un precedente fondamentale da far valere immediatamente. È essenziale che la difesa venga impostata — o aggiornata — alla luce di questo nuovo orientamento della Suprema Corte.
Allo stesso modo, anche chi ha ricevuto richieste di restituzione delle somme o segnalazioni da parte degli istituti di credito dovrebbe valutare attentamente la propria posizione, distinguendo il piano penale — oggi chiarito dalla Cassazione — da quello civilistico e contrattuale.
Perché è importante affidarsi a un professionista
Districarsi tra normativa emergenziale, diritto penale e garanzie pubbliche non è semplice, soprattutto quando in gioco c’è la propria fedina penale. La giurisprudenza su questi temi è in continua evoluzione, e una difesa efficace richiede competenze specialistiche sia in ambito penale sia in materia di diritto tributario e finanziario. Affidarsi a professionisti che conoscono a fondo queste materie significa poter affrontare la situazione con la serenità di chi sa di essere tutelato nel modo migliore.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere meramente divulgativo e non costituiscono consulenza professionale. Per una valutazione specifica del proprio caso, è sempre consigliabile rivolgersi a un professionista qualificato.
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